Pagamenti a musicisti per la messa del Giovedì Santo (1653)
Grippaudo,
Ilaria
Università degli Studi di Palermo
0000-0002-4924-073X
Riassunto
Nel monastero benedettino di Santa Maria delle Vergini il 30 aprile 1653 venivano ingaggiati musici straordinari per i servizi della messa del Giovedì Santo, dal momento che le monache musiciste non potevano svolgere tale incarico, essendosi in quel giorno ammalate.
Parole chiave
Giovedì Santo , messa , passioni [passi] , Settimana Santa , progetto donne e reti musicali , Celebrazione della Cena del Signore , triduo sacro , elementi olfattivi , monache , Preziosa Abbate [Abate] (nobildonna) , Tecla Milio (badessa, monaca benedettina) , Ordine delle benedettine , Giannettino Doria (cardinale, arcivescovo) , Martín de León y Cárdenas (arcivescovo) , musicisti , cantori
Il monastero di Santa Maria delle Vergini, appartenente all’ordine benedettino, fu fondato nel XIV secolo in seguito alla donazione del complesso da parte di Preziosa de Abate, nobildonna palermitana e vedova del navarrese Garsiolo de Yvar. L’ubicazione nell’antico quartiere del Cassaro permise all’istituzione di godere di una posizione strategica, in grado di assicurare numerosi contatti con il territorio e il contesto urbano. In virtù di ciò, sin dal Trecento il monastero si pose al centro di relazioni importanti, che lo misero in rapporto con personalità di vario tipo, soprattutto nobili, ma anche fedeli e cittadini appartenenti a diverse classi sociali.
Il monastero fu anche attivo sul piano della committenza artistica, con opere di gran pregio. Riguardo alla musica, fra XVI e XVII secolo le spese alludono a interventi di cantori e strumentisti per gli eventi di maggiore rilievo, in particolare per la solennità del fondatore dell’ordine (San Benedetto), per il titolo della chiesa (Sant’Andrea) e per diverse celebrazioni mariane. Nel complesso i libri contabili rivelano sul piano sonoro un profilo istituzionale abbastanza consueto, con un’attività musicale non troppo evidente, limitata ai contributi dei professionisti per le occasioni di maggiore richiamo. Tuttavia, altri documenti arricchiscono questo quadro, dimostrando come la pratica musicale fosse tenuta in gran conto all’interno del chiostro.
In particolare salta agli occhi un’annotazione del 1653 che indirettamente conferma la destrezza musicale delle benedettine. Il testo riporta alcune spese effettuate per mano della badessa Tecla Milio e destinate alle celebrazioni della Settimana Santa, inclusi l’allestimento del sepolcro, l’acquisto di ostie, incenso e munciuvi (particolare resina profumata), e il ricorso a diversi sacerdoti per l’ufficiatura dei Passi. Oltre alle spese per sacerdote, padre confessore e cappellano, troviamo anche un pagamento straordinario per i musicisti da impiegare in occasione della messa del Giovedì Santo, dal momento che le «sorelle musici» quel giorno si erano ammalate. Ciò testimonia come l’intervento di esecutori esterni non implicasse l’assenza di una pratica musicale interna di una certa importanza, esercitata direttamente dalle monache.
Si può ipotizzare che all’interno dell’istituzione nella maggior parte delle occasioni gli impegni relativi alla musica fossero demandati alle stesse religiose. Soltanto in presenza di casi eccezionali (nel caso specifico la malattia delle monache) si richiedevano aiuti esterni, regolarmente retribuiti e in quanto tali annotati nei libri contabili ufficiali. L’entità del pagamento conferma anche che le celebrazioni del Giovedì Santo comportavano un onere economico significativo, con particolare profusione di apparati, di decorazioni, di musiche, e di conseguenza spese eccessive e spesso fuori controllo.
Ne sono prova sia il capitolo 51 delle Ordinationi per le monache regolari della città di Palermo (1636) del cardinale e arcivescovo Giannettino Doria, che raccomandava morigeratezza nei festeggiamenti, sia gli editti pubblicati dai successivi arcivescovi. Cronologicamente assai prossimo al riferimento nel monastero delle Vergini è l’avvertimento contenuto in un editto promulgato da Martín de León y Cárdenas, che proprio nel 1654 ricordava che «la Cena del Giovedì Santo si faccia con semplicità religiosa senza sfoggio, ò apparati, ma in tutto si conformino con le rubriche, e ordinationi della Santa Chiesa» (Editto cit. in Hills 2004, 210).
È inoltre probabile che in questo caso con il termine musici si facesse riferimento non soltanto all’esecuzione polifonica, ma anche ad una pratica di tipo strumentale, sulla base del confronto con la terminologia in uso nella documentazione dell’epoca. Quale che sia la risposta, è certo che nella seconda metà del Seicento le religiose degli istituti palermitani offrivano direttamente il loro contributo anche sul piano dell’utilizzo degli strumenti musicali. In ogni caso, a Santa Maria delle Vergini la presenza di monache specializzate in esecuzioni strumentali è testimoniata alla fine del XVIII secolo.