Esecuzione di un oratorio per la Settimana Santa presso il monastero domenicano di Santa Caterina (1694)
Grippaudo,
Ilaria
Università degli Studi di Palermo
0000-0002-4924-073X
Riassunto
Nel monastero di Santa Caterina viene eseguito Il Moisè, composizione a quattro voci e un violino, proposto in occasione della solennità della Cena del Signore nel 1694. Sul frontespizio del libretto si specifica che l’oratorio fu cantato e suonato dalle religiose dell’istituzione.
Parole chiave
Settimana Santa , progetto donne e reti musicali , oratorio , Giovedì Santo , Celebrazione della Cena del Signore , triduo sacro , monache , Ordine delle domenicane , violinista , cappella musicale , Domenica Felice Bologna Ventimiglia (suora domenicana) , Girolama Felice Cottone (priora, suora domenicana) , cantori
Fondato nel 1313 per volere testamentario di Benvenuta Mastrangelo, il monastero di Santa Caterina di Alessandria (detto anche Santa Caterina delle Donne) accoglieva fanciulle nobili provenienti dalle più importanti famiglie cittadine. Le monache, poste direttamente sotto il controllo domenicano, seguivano la regola agostiniana e man mano accrebbero di numero, rendendo l’istituzione fra le più ricche e prestigiose di Palermo. L’attività musicale vi ferveva in modo particolare, come testimoniano diversi libretti superstiti, che riportano composizioni variamente denominate (azioni sacre, dialoghi, cantate), ma comunque assimilabili all’oratorio. Esse, infatti, presentavano la struttura tipica del genere: argomento biblico, quattro o sei personaggi più un coro, assenza del Testo, recitativi in settenari ed endecasillabi alternati ad arie di ridotte dimensioni, per lo più strutturate in ottonari, quaternari e quinari.
Oltre che in occasione delle monacazioni, gli oratori/dialoghi venivano promossi ed eseguiti anche per altri eventi, in particolare per la festa del titolo e per la solennizzazione delle Quarantore, eventi che potevano sovrapporsi e coincidere. Sui frontespizi è costante il riferimento a strumenti musicali che ipotizziamo venissero suonati in non pochi casi dalle stesse monache. Ciò risulta in modo inequivocabile da questo libretto, che proprio sul frontespizio specifica «dalle medemme Signore Religiose cantato, e sonato». Questo dato risulta significativo, poiché conferma l’attiva partecipazione delle monache alle performance musicali, non soltanto nel canto, ma anche nella pratica strumentale. Le esibizioni delle monache erano dunque ricorrenti, a tal punto da suscitare severe reprimende e tentativi di controllo, che a quanto pare non sortirono gli effetti sperati. Sta di fatto che la perizia esecutiva delle esponenti delle comunità religiose era vista come un potente fattore di attrazione per i fedeli, sia durante le liturgie ordinarie sia in eventi straordinari.
A proposito della consuetudine delle monache di suonare strumenti è interessante la testimonianza di Giuseppe Pitrè, che sulla base delle fonti di Sei e Settecento sottolineava la smania di visibilità delle religiose palermitane, tanto che in occasione di eventi eccezionali non si facevano scrupolo di «squisitamente sonare strumenti... non monacali» (Pitrè 1944, vol. I, p. 360), nonché di spendere cifre ingenti per luminarie, sontuosi apparati, Pange lingua e musicate. Non è un caso che nei circoli monastici cittadini si desse la colpa di questa sfrenata gara di superiorità proprio a «quelle superbacce […] di Santa Caterina, che per la loro rendita di 20.000 scudi all'anno, spendono e spandono come se tutti i monasteri possedessero banchi di danari!» (Pitrè 1950, vol. II, p. 171).
Dal libretto possiamo ottenere ulteriori informazioni, ad esempio riguardo all’occasione esecutiva. Quest’ultima fu la celebrazione della Cena del Signore, che aveva luogo il Giovedì Santo, dando inizio al solenne triduo pasquale durante il quale commemorava la passione, morte e resurrezione di Cristo. Inoltre, pur non essendo noti né il compositore delle musiche né l’autore del testo, sappiamo che l’opera fu dedicata a Domenica Felice Bologna Ventimiglia, appartenente a una delle famiglie di maggiore spicco a Palermo. Oltre alla dedicataria dell’opera, il frontespizio fa riferimento alla priora del monastero, Girolama Felice Cottone, esponente di un clan di pari lignaggio, che in quegli anni fu in prima linea per l’ampliamento della dotazione artistica dell’istituzione, avviando ad esempio la decorazione del presbiterio sotto la direzione di Giacomo Amato.